Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/60

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58 capitolo xx.


CAPITOLO XX.

Il terremoto.

La nuova galleria che gli arditi esploratori stavano per percorrere era la più ampia di quante fino allora avevano percorso e offriva, malgrado ciò, degli ostacoli non facili a superarsi.

Era alta assai, sostenuta da solide colonne che perdevansi nella fitta tenebra e larga non meno di quattrocento metri. Nel mezzo, fra due rive piuttosto alte, scendeva un fiume ingombro ora di scogli subacquei che lasciavano dei piccoli passaggi ed ora da rocce molto elevate contro le quali frangevasi con lunghi muggiti le acque.

Quantunque quella galleria fosse distante più d’un chilometro dal vulcano, s’udivano là sotto dei cupi boati che gli echi ripetevano incessantemente e che ingrossavano in modo tale da far quasi credere che un nuovo vulcano si trovasse al di là delle pareti. Spesso dalle vôlte, che non sembravano troppo ben connesse, in causa di quei continui fragori staccavansi dei sassi di non comuni dimensioni, i quali capitombolavano dietro e davanti il battello minacciando di fracassare il cranio agli uomini che lo montavano.

L’ingegnere si era collocato a prua con un lungo rampone e lo cacciava spesso nella corrente per misurare la profondità delle acque, Morgan dietro alla sua macchina colle mani sulla valvola,