Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/66

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64 capitolo xx.


granito, alti alcuni metri e così grossi da non poter venire abbracciati da dieci uomini.

— Quei pilastri saranno le nostre sentinelle, disse Burthon, ridendo.

Accesero il fuoco con alcuni pezzi di carbon fossile, cucinarono un po’ di carne secca mescolata a pochi legumi e, divorata che l’ebbero, si stesero sulle coperte. Morgan pel primo montò la guardia.

— Veglia attentamente, macchinista, disse l’ingegnere. A tremila piedi di profondità non ci sono nè ladri nè assassini, ma dei pericoli ce ne sono.

Durante le sue due ore, Morgan nè vide nulla nè udì nulla. Alle 2 del mattino, Burthon lo surrogò, poi O’Connor surrogò il meticcio e alle 6 l’ingegnere surrogò O’Connor.

— Hai udito nulla? chiese sir John all’irlandese.

— Dei sordi boati, signore.

— E null’altro?

— Null’altro.

L’ingegnere si sedette presso una lampada e accese la pipa fumando vigorosamente. Ben presto però si alzò. Era in preda ad una viva inquietudine.

Si mise a passeggiare attorno all’accampamento spingendosi parecchie volte fino sulla riva del fiume. Sentiva istintivamente che qualche cosa di terribile lo minacciava.

Due o tre volte si curvò verso terra e rattenendo il respiro ascoltò attentamente parendogli di udire dei lontani fragori e dei fremiti.

Ad un tratto un cupo boato, simile allo scoppio di una gigantesca mina sepolta nelle viscere della terra, pervenne ai suoi orecchi e il suolo traballò da nord-est a sud-ovest. Subito udì altri due boati, più forti del primo, correre sotto la superficie della crosta terrestre.