Pagina:Salgari - Duemila leghe sotto l'America - Vol. II.djvu/86

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84 capitolo xxiii.


— Sentiamo, signore; da quanti giorni quest’uomo è morto? chiese Morgan.

— Da sei od otto, rispose sir John.

— Il nostro battello fila come una rondine. Partiamo subito e forziamo la macchina.

— Sì, partiamo, dissero Burthon e O’Connor.

— Quanto carbone abbiamo? chiese l’ingegnere.

— Quattro tonnellate, rispose Morgan.

— Gettiamo nel fiume questo povero negro e poi partiamo.

Il meticcio e O’Connor afferrarono pei piedi e per le braccia l’assassinato e dopo averlo fatto dondolare un po’ lo gettarono in acqua.

L’Huascar virò subito di bordo e rimontò rapidamente la corrente del fiume. Ben presto la sua velocità da sette nodi saltò sui quattordici. O’Connor e Morgan però continuarono a cacciar carbone nel forno, volendo raggiungere i quindici e possibilmente anche i sedici.

Tutta la notte il battello continuò a salire la negra fiumana senza che accadesse nulla di notevole. Alle sette antimeridiane aveva percorso più di cento miglia.

— Se la velocità non scema, disse l’ingegnere a Burthon, in pochi giorni attraverseremo l’intera America del sud.

— Dove siamo ora?

— Se i miei calcoli sono giusti, dobbiamo trovarci presso la frontiera meridionale del Messico. Prima di mezzodì noi navigheremo sotto il Guatimala.

— La galleria adunque passerà sotto l’istmo di Panama.

— Pare che sia così.

— Che l’abbiano già passato gli uomini che ci precedono?