Pagina:Salgari - Gli scorridori del mare.djvu/26

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– Ecco il momento di mostrare il vostro coraggio – gridò Banes.

Alcuni di quei feroci predoni a quattro gambe si erano avvicinati, spiccando salti immensi e gettando dei sordi ruggiti.

– Attenzione! – gridò Banes. – Colpo sicuro.

Nessuno rispose, ma si udì il rumore dei fucili che venivano montati.

In quell’istante i leoni balzarono sopra i fuochi, ed in numero di sette entrarono nel campo, facendo risuonare i loro formidabili ruggiti.

Uno di loro atterrò un negro e si avventò su Banes, ma questi con voce vibrante gridò:

– Fuoco – e scaricò la sua arma.

Una scarica generale tenne dietro a quel comando. Due belve caddero; le altre fuggirono rapidamente e scomparvero nella pianura.

– E ora, – disse Banes, – possiamo riprendere il nostro sonno. Per questa notte ci lasceranno tranquilli.

I marinai non se lo fecero dire due volte. Mentre dieci di loro vegliavano, gli altri si avvolsero nelle loro coperte, cercando di dormire. Il timore però che i leoni facessero un’irruzione improvvisa nel campo, ne tenne parecchi svegliati. Durante il rimanente della notte, si udirono ancora i leoni a ruggire a circa trecento passi dal campo; più nessuno però osò ritentare l’assalto.

Al mattino, quando il sole si fu alzato, i marinai videro con piacere che tutte le belve erano scomparse. Il secondo non tardò a dare il segnale della partenza ed i cacciatori di schiavi si misero in marcia, attraversando una vasta prateria.

Nessun albero rompeva la monotonia di quella vasta pianura. Da ogni parte non si scorgevano che erbe e vaste distese di quei fiori chiamati labebe, di orchidee rosse, di gelsomini stellati e di zenzeri gialli, i quali riempivano l’aria di profumi penetranti.

Verso il mezzogiorno il sole si oscurò sotto alcune gigantesche nubi. Pareva da un momento all’altro dovesse scoppiare qualche furioso uragano.

I negri cominciavano a dare segni d’inquietudine, anzi uno di loro, volgendosi verso il signor Parry, gli disse con un certo tremito nella voce:

– Bisogna affrettare il passo per attraversare il fiume prima che l’uragano si scateni, o lo troveremo così gonfio da non poterlo guadare.

– Credi adunque che l’uragano sarà violento? – chiese Parry.

– Sarà tremendo.

Il secondo ordinò che si affrettasse la marcia, premendogli di attraversare il fiume.

Verso le cinque alcuni alberi si mostrarono all’orizzonte, indicando la vicinanza del fiume.

Dei giganteschi tamarindi dai rami flessibili, dei palmizi dalla tinta triste, dei sicomori ed alcuni baobab sorgevano qua e là, formando delle piccole foreste separate. Alle otto i marinai entravano sotto le fitte vôlte di fogliame, sotto le quali regnava una profonda oscurità. I negri camminavano rapidamente ed in silenzio, frettolosi di giungere al corso d’acqua.

L’uragano intanto s’avanzava lentamente.

Nessun rumore rompeva il silenzio: uccelli e animali tacevano, ben nascosti, sotto le piante più fitte.

Essi presentivano l’avvicinarsi di uno di quei terribili cataclismi che in pochi istanti sconvolgono la natura.

L’aria si condensava sensibilmente e la respirazione diventava difficile, mentre l’oscurità diveniva più fitta.

– Temo che l’uragano si scateni con violenza inaudita – disse il secondo all’ufficiale.

– Lo credo anch’io signore.

Gli uragani in queste regioni sono rari; quando però vi si scatenano, la loro violenza è terribile.

– Avremo una cattiva notte e non so se potremo dormire.

– Domandiamo alle guide se dopo il fiume troveremo qualche ricovero.

– Fatelo pure.

L’ufficiale con un cenno chiamò un negro e gli domandò:

– Quanto distiamo dal fiume?

– Un miglio – rispose il negro.

– E dopo il fiume, troveremo un rifugio?

– Sì, delle grotte.