Pagina:Salgari - Gli scorridori del mare.djvu/54

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Le vele poi erano quasi tutte lacerate: le granate, la mitraglia e la moschetteria vi avevano lasciato innumerevoli tracce. Alcune, fatte a brani, penzolavano lungo gli alberi. Anche molti capi erano stati recisi e danneggiati.

Furono visitati i cannoni e fu constatato che erano tutti ancora in ottimo stato.

Otto marinai che erano caduti sul ponte della Garonna, furono gettati in mare, chiusi in un’amaca: gli altri dodici erano rimasti a bordo dell’incrociatore ed erano stati divorati dall’incendio.

In quanto ai negri poco avevano sofferto. Solamente sette od otto erano stati colpiti da alcune palle ed erano morti fra atroci spasimi. Solilach li fece sbarazzare dai ferri e li fece gettare in mare. Alcune altre granate erano pure scoppiate nel compartimento delle donne, però nessuna di esse era stata colpita.

Come si vede, la Garonna se l’era cavata a buon mercato.

Riparati i danni, la nave corsara riprese frettolosamente la corsa, impaziente di compiere la traversata dell’oceano e di giungere nel mare delle Antille.

Il vento, che continuava a mantenersi buono, la spingeva celeremente verso la zona torrida.

Il capitano Solilach approfittava per caricarla di vele, deciso di affrontare al più presto le calme equatoriali, così tanto temute dai naviganti.

Fu il 26 settembre che le calme cominciarono a farsi sentire; il vento dapprima scemò sensibilmente, poi scemò ancora, e infine sparve del tutto. La Garonna allora rimase quasi immobile, sotto un caldo infernale, a meno di trecento miglia dalla costa africana. Fu un brutto giorno quello. Tutti cominciavano a preoccuparsi, temendo che quella situazione dovesse prolungarsi al di là d’ogni previsione.

Ed infatti la cosa era grave.

Sebbene l’acqua abbondasse nella stiva, vi era pericolo che venisse a scarseggiare, con tante persone che vi erano a bordo.

Passarono alcuni giorni, ma la situazione non accennava a cambiare. Le vele pendevano sempre inerti lungo gli alberi, senza che il menomo soffio le agitasse.

Il caldo intanto diventava sempre più insoffribile; il termometro segnava sessanta gradi: era una cosa veramente da disperarsi. L’aria diveniva sempre più soffocante e più ardente, ed il mare era liscio come una lastra di metallo. Quelle acque calde riflettevano da mane a sera i raggi perpendicolari di quel sole infiammato, bruciando gli occhi. L’equipaggio, sparso per la stiva, si cacciava nei luoghi più oscuri e più umidi, sperando di trovar un po’ di frescura: solamente durante la notte essi venivano a respirare in coperta, ma anche dopo il tramonto del sole l’aria si manteneva soffocante.

I negri, incatenati nella stiva, si mantenevano calmi. Però, dalle occhiate furibonde che lanciavano sulle sentinelle, si capiva quanto