Pagina:Salgari - I figli dell'aria.djvu/69

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una macchina meravigliosa 57



CAPITOLO VIII.

Una macchina meravigliosa.

— La mia meravigliosa aeronave — aveva detto il comandante. Ah! Era ben meravigliosa quella macchina volante che aveva rapito, sotto gli occhi stupiti dei cinesi, i due prigionieri condannati a morte. Rokoff e Fedoro, appena usciti dalla tenda, si erano arrestati mandando un duplice grido di sorpresa e di ammirazione. Quale splendido congegno aveva ideato quello sconosciuto che si faceva chiamare «il capitano!» Era lo scioglimento dell’arduo problema della navigazione aerea, che da tanti anni turbava la mente degli scienziati, e quale scioglimento! Una perfezione inaudita, assolutamente sbalorditiva.

Dapprima Rokoff e Fedoro avevano creduto di trovarsi dinanzi ad uno dei soliti palloni, dotato di qualche motore, ma si erano subito disingannati.

Non era un aerostato, era una vera macchina volante, una specie di uccellaccio mostruoso, che solcava placidamente l’aria coll’arditezza e la sicurezza dei condor delle Ande o delle aquile.

Un uccello veramente non lo si poteva chiamare, quantunque nelle ali e nel corpo ne rammentasse la forma.

Consisteva in un fuso lungo dieci metri, con una circonferenza di tre nella parte centrale, costruito in un metallo argenteo, probabilmente alluminio, nel cui centro si vedeva un motore che non doveva però essere mosso nè dal carbone, nè dal petrolio, nè da alcun olio o essenza minerale, perchè non si vedeva fumo nè si sentiva alcun odore.

Ai suoi fianchi, mosse da quella macchina misteriosa, agivano due immense ali, simili a quelle dei pipistrelli, con armatura d’acciaio o d’alluminio e la membrana composta da una spessa seta o da qualche altro tessuto che le rassomigliava.

Un po’ al disotto del fuso, che serviva di ponte e anche di abitazione, si estendevano a destra ed a sinistra, tre piani orizzontali, lunghi ciascuno una decina di metri, pure con armatura di ferro, ricoperti di stoffa, lontani l’uno dall’altro quasi un metro, vuoti nel mezzo, che dovevano, presumibilmente, agire come gli aquiloni e mantenere l’intero apparecchio sollevato.

Non era però tutto. Sulla punta estrema del fuso, un’elica immensa, che girava vorticosamente, con velocità straordinaria,