Pagina:Salgari - I solitari dell'Oceano.djvu/127

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


In mano teneva un fucile da caccia a due colpi e nella cintura aveva una scure simile a quelle che usano i marinai.

Giunto presso O-Rea che pareva avesse assunto il comando del villaggio, si toccò il naso colla radice che teneva in mano, poi strofinò quello del vecchio, dicendo:

– Io ti sono amico.

Compiuta quella cerimonia indispensabile, alzò gli sguardi fissandoli su Sao-King e su Ioao.

Stette alcuni istanti silenzioso, continuando a guardarli, poi rivolgendosi nuovamente verso il vecchio, disse con voce così forte da poter essere udito da tutti:

– Io sono venuto per vendicare il capo Tafua, ucciso da un malefizio.

Un profondo silenzio aveva accolte quelle parole. Tutti i selvaggi si erano radunati attorno all'uomo bianco che aveva scagliato quella terribile accusa, senza aver indicato il colpevole.

– Tafua era un guerriero valente, che incuteva terrore ai suoi nemici – proseguì l'uomo bianco. – E perciò tutti desideravano la sua morte. Invincibile in guerra, solo un maleficio poteva abbatterlo ed i suoi nemici sono riusciti nel loro intento perché Tafua è morto.

I selvaggi, messi in furore da quelle gravi parole, avevano mandato un urlo spaventevole ed avevano impugnate le armi agitandole forsennatamente.

O-Rea, ottenuto il silenzio, si era accostato all'uomo bianco, dicendo:

– Non basta accusare: ci occorre sapere il nome dei nemici che hanno ucciso Tafua. Dillo e noi andremo domani ad assalirli, distruggeremo le loro capanne, devasteremo i loro raccolti e divoreremo i morti ed anche i vivi.

– Per ora non ve lo posso dire – rispose l'europeo.

Poi muovendo rapidamente verso Sao-King e Ioao, disse:

– Intanto assicuratevi di questi due uomini: essi sono forse i complici dei vostri nemici.

Sao-King ed il giovane, fulminati da quella inaspettata accusa, erano rimasti come intontiti.

Quando vollero ribattere la parola ed uccidere l'infame, era troppo tardi.

Venti braccia poderose li avevano afferrati strettamente, disarmandoli.

– Miserabile? – urlò Sao-King. – Tu menti! Io ero amico di Tafua!

La sua voce si era però perduta fra i clamori assordanti della folla. Tutte le lance si erano puntate verso di loro mentre le clave mulinavano in aria, pronte a spaccare il cranio ai due disgraziati.

O-Rea però, con voce energica, aveva comandato di abbassare le armi.