Pagina:Salgari - I solitari dell'Oceano.djvu/61

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Un vivo terrore trasparisce dai loro volti e guardano con ansietà quel buco luminoso che pare debba aspirare l'acqua dell'oceano e la nave insieme.

Le onde s'accavallano in tutte le direzioni, correndo vorticosamente intorno alla nave dei morti e muggiscono spaventosamente.

Si direbbe che un maelström si è aperto sotto l'occhio del ciclone.

I venti, ormai senza stabile direzione, urlano orrendamente contorcendo le corde della nave e gli alberi oscillano e scricchiolano come se dovessero da un momento all'altro cedere alla violenza di quelle raffiche e precipitare in coperta.

La gran gabbia è stata sfondata di colpo e i brandelli di tela volano via come bianchi uccelli.

– Dove siamo noi? – chiese il signor de Ferreira, il quale si teneva aggrappato alla ribolla per aiutare l'argentino. – All'inferno o dove?

– Nel centro del ciclone – rispose l'ufficiale.

– Allora siamo perduti. Questa è una tromba marina. Verremo aspirati. Guardate, la nave corre intorno e non obbedisce più al timone.

– Tacete!

In alto, verso il buco biancastro, si udivano mille fragori paurosi e mille strida.

Pareva che della grandine, sospinta da un vento furioso, percuotesse delle pareti solide.

Che cosa succedeva nelle alte sfere dell'aria?

La tromba roteava con velocità incredibile, trascinando le onde in una corsa pazza e aspirandole.

I cavalloni si sollevavano sempre più come se volessero congiungersi alle nubi e riversarsi attraverso a quel buco abbagliante.

Ad un tratto tutti quei muggiti e quei fischi stridenti cessano come per incanto e le onde si spianano quasi di colpo.

Sull'oceano è tornata la calma, una calma paurosa, angosciosa. Solamente in alto, il turbine continua, avvicinandosi alla cima della colonna d'aria di cui la nave dei morti occupa la base.

Cosa sta per accadere? I quattro superstiti si sono stretti gli uni addosso agli altri, aggrappandosi disperatamente alla ribolla.

Ad un tratto Sao-King manda un grido:

– Ai cannoni!

È diventato pazzo? No, il cinese che ha affrontato tante volte gli spaventevoli tifoni dei mari della Cina, s'è ricordato che basta talvolta uno scoppio per troncare quelle terribili meteore.

Non ostante i movimenti disordinati della nave, si slancia attraverso la coperta ormai sgombra di cadaveri, sale sul castello di prora, strappa uno dei due fanali, accende un pezzo di corda incatramata e dà fuoco al pezzo rimasto in batteria e ancora carico.

La detonazione rimbomba cupamente fra le pareti del cono, scuotendo poderosamente gli strati d'aria.