Pagina:Salgari - Il re della prateria.djvu/181

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tuttavia una vasta estensione di terreno, poiché erano composte di parecchie migliaia di capi.

Impiegarono più di mezz'ora a passare dinanzi all'altura e sparvero in direzione dei monti Telescopio, inseguiti da vicino da parecchi cavalieri, che perseguitavano la retroguardia a colpi di lancia.

Quantunque la notte fosse oscura, essendosi la luna velata, Sanchez ed i suoi compagni riconobbero, dalle penne svolazzanti, quei cavalieri.

– Non mi ero ingannato – disse il messicano. – Gli indiani inseguivano i bisonti.

– E dove li spingono? – chiese il marchese.

– Verso il luogo dove si troverà appiattata l'intera tribù.

– Che indiani sono? Yuta forse?

– È probabile, poiché si sono estesi verso l'Utah, dacché sono stati costretti ad abbandonare la California. Potrebbero però essere anche navajoes, i quali abitano presso le frontiere del Nuovo Messico e dell'Arizona.

– E perché no apaches? Mi hanno detto che le loro tribù occupano un vasto territorio.

– È vero, ma l'apache si trova di là del deserto d'Amargoza o più oltre ancora, dopo il Rio Virgin, lungo la riviera Verde ed il San Giovanni.

– In guardia! – esclamarono in quel momento gli arrieros, che erano scesi dall'altura.

– S'avvicinano degli altri bisonti forse? – chiese il marchese.

– No, dei cavalieri.

– Saranno i nostri compagni – disse Sanchez.

– Infatti non sono che quattro – aggiunse il marchese.

– Ohe! Gaspardo! – gridò Sanchez.

I quattro cavalieri che erravano per la pianura senza una direzione precisa, udendo quella chiamata, volsero gli animali e galopparono verso l'altura.

– Siete voi, Sanchez? – chiese Gaspardo, che precedeva i compagni.

– Siamo noi – rispose il messicano. – Dove siete fuggiti?