Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/123

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il treno volante 119

qualche bicchiere. Anche l’arabo, a dispetto del Profeta, beveva magnificando la squisitezza del liquore prelibato.

Le foreste si succedevano alle foreste, interrotte solamente da qualche laghetto o da qualche piccolo corso d’acqua; animali invece non ne comparivano.

Forse era ancora troppo presto e non avevano lasciate le loro tane per la caccia notturna.

— Ci toccherà di vegliare invano? — chiese il greco. — Avrei preferito dormire.

— Sii paziente — disse l’arabo. — Un cacciatore non deve avere mai fretta.

— Ne avrò ancora per qualche ora, poi me ne andrò a dormire.

— Vedo un fiume molto largo delinearsi dinanzi a noi — disse in quel momento Ottone.

— Ed io un grosso villaggio verso il sud — disse l’arabo.

— Quale sarà? — chiese Matteo.

— Usenga.

— Ed il fiume?

— Il Kisigo.

— Allora siamo già nell’Ugogo — disse il tedesco.

— Sì, siamo sul territorio dei Ruga-Ruga, i feroci banditi del Niungu. Siamo prudenti, amici; quei predoni possono sorprenderci.

— Passeremo l’Ugogo senza scendere a terra — rispose il tedesco. — Guarda! Guarda!

— Che cosa vedi? domandò Matteo.

— Degli animali enormi che s’avanzano verso il fiume.

— Sono elefanti! — esclamò l’arabo.

Sei o sette masse gigantesche, con delle orecchie enormi e delle lunghe proboscidi, erano uscite dalla foresta e si dirigevano verso il fiume, tenendosi l’una dietro l’altra.

Era un branco di elefanti guidati al fiume da un maschio di statura gigantesca.

Essendo il vento molto debole, il Germania non doveva raggiungerli prima di un quarto d’ora.