Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/18

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12 emilio salgari

una piccola mazza, battè tre colpi su una piastra di bronzo, una specie di gong.

A quel suono metallico, assai acuto, una piccola porta nascosta da un vecchio scialle turco s’aprì e comparve un negro armato di un jatagan lucentissimo e d’una pistola incrostata di madreperla.

— Heggia — disse l’indiana, — questi stranieri domandano del padrone.

Il negro, scorgendo il greco, lo riconobbe subito e lo salutò con un sorriso, dicendogli:

— Ben tornato, signor Kopeki.

— Dov’è il tuo padrone? — domandò Matteo.

— Nel cortile.

— Perchè sei così armato, Heggia?

— Non sapete?

— Che cosa?

— Che il segreto dell’oro è stato rivelato?

— Da chi? — domandò il greco con emozione.

— Da un servo infedele fuggito da questa casa. Egli ha venduto il segreto e ora da qualcuno si sorveglia il mio padrone.

— Per qual motivo?

— Pare che soltanto parte del segreto fosse conosciuta da quel servo infedele, ed ora si vorrebbe strapparlo tutto intero al mio padrone, per andarne alla ricerca. È un mese che noi vegliamo notte e giorno perchè non ce lo rapiscano.

— Chi sono questi furfanti che oserebbero tanto?

— Degli arabi di Taborah.

— Ah! Conducimi subito dal tuo padrone.

— Chi è l’uomo che vi accompagna?

— Quello che sono andato a prendere in Europa.

— Allora seguitemi, signor Kopeki. Gli amici vostri sono anche amici del mio padrone.

Passarono per la porticina, infilarono uno stretto e buio corridoio e giunsero in un bellissimo cortile di forma quadrata e del più puro stile orientale.