Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/194

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194 emilio salgari


Matteo e anche l’arabo avevano scaricato le loro rivoltelle, mentre Heggia gettava giù una seconda cassa contenente utensili di cucina e vestiti.

Questa volta il Germania fece uno sbalzo altissimo. Ottone, che si era nuovamente calato fuori dal parapetto, aveva veduto una forma umana abbandonare la piattaforma e scomprire in mezzo ai rami del baobab.

— Cos’è avvenuto? — chiese Matteo, vedendo che il treno continuava ad innalzarsi con velocità straordinaria.

— Un negro s’era aggrappato alla piattaforma e poi si è lasciato cadere — rispose Ottone, rientrando. — Siamo ben alti.

— Cinquecento metri, e il Germania sale ancora.

— Sfido io, abbiamo gettato per centocinquanta chilogrammi di roba!

— E quanti negri accoppati!

— Un bel numero di certo. D’ora innanzi bisogna diffidare degli alberi.

— Quei bricconi di negri avevano sperato di catturarci.

— Fortunatamente avevamo altri oggetti da gettare — disse l’arabo.

— Che forse avremmo rimpianti — disse Ottone.

Il Germania, giunto a mille e cinquecento metri, accelerò la marcia; aveva trovata a quell’altezza una corrente d’aria molto più rapida e anche questa volta favorevole, soffiando dall’est all’ovest.

A quell’altezza si distingueva solamente una immensa distesa quasi nera, formata dai boschi e verso il nord la piccola striscia d’argento di un fiume, forse l’Ugalla che è un tributario del lago Tanganika.

Gli aeronauti, ormai certi di non venire più disturbati, si sdraiarono sui materassi, mentre Heggia, che aveva dormito quasi tutta la giornata, si metteva in sentinella dinanzi alla piattaforma.

Quando si svegliarono era quasi mezzanotte. Il Germania, in causa della dilatazione del gas, si era innalzato ancora, toccando i duemila metri.