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il treno volante 195


Da quell’altezza gli aeronauti potevano abbracciare un immenso spazio. Si vedevano montagne, colline, boscaglie, praterie, fiumi e borgate in gran numero, disperse specialmente verso l’ovest. Il Tanganika però non si discerneva ancora, nonostante la sua ampiezza considerevolissima.

Dalla terra salivano rumori confusi, poichè i suoni si propagano a grande altezza quando l’aria è tranquilla. Sopra tutti quei rumori dominava ancora la musica incessante dei tamburini.

— Continuano a segnalarci — disse El-Kabir.

— Quanta ostinazione in quei negri! — disse Ottone. — Che ci credano uomini discesi dal cielo?

— O dei nemici che vanno in cerca del sole per spegnerlo? — corresse Matteo, ridendo.

— È probabile — rispose l’arabo.

— Li sfido a prenderci.

— Quando avremo attraversato il lago, non udremo più il tamburo. L’impero di Nurambo non si estende fino sull’altra riva.

— Che si siano uniti anche gli uomini di Karema? — chiese Matteo. — Tu mi hai detto che questo re tiene le rive meridionali del lago.

— Karema e Nurambo sono troppo nemici per unirsi.

Sedettero intorno alla cassa per far colazione. Heggia, durante il sonno dei viaggiatori, aveva uccisa una delle due capre e ne aveva messa mezza allo spiedo.

Dopo la colazione, Ottone rilevò sul sestante la latitudine e la longitudine; essendo proprio il mezzodì l’operazione gli riuscì facile.

— Non siamo che a settanta miglia dal lago — disse. — Se il vento dura, fra tre ore vi saremo.

— E noi siamo discesi di cinquecento metri in poche ore — disse in quel momento Matteo. — Non te ne sei accorto, Ottone?

— Di cinquecento metri! — sciamò il tedesco precipitandosi verso il barometro.

— E scendiamo ancora con notevole celerità — disse Matteo.

— Da che cosa può dipendere questa discesa? — si chiese