Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/222

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il treno volante 23

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— Io non sapevo che egli fosse un uomo del cielo — balbettò il sultano, tremando. — Te l’ho già detto. D’altronde vedi che io non l’ho ucciso, mentre qui vi è l’abitudine di uccidere tutti gli stranieri che senza permesso mettono piede sul mio territorio.

— È solamente per questo che io non ti faccio divorare dal mio mostro. Però, se ti perdono, tu devi concedermi una cosa.

— Quale?

— Di raccogliere la polvere gialla che si trova sulla montagna.

— Cosa vuoi farne?

— Serve per far rilucere maggiormente i raggi del Sole.

— Avremo così maggior luce e calore?

— Sicuramente, ed i tuoi raccolti matureranno più presto.

— Non bruceranno invece? È molto tempo che non piove sulle nostre campagne.

— Incaricherò la Luna di far venire le nubi e di inaffiare abbondantemente le tue terre.

— Mi prometti tutto ciò?

— Te lo prometto.

— La polvere gialla è tua.

— Mi occorreranno degli uomini per trasportarla qui.

— Metto a tua disposizione tutti i miei schiavi.

— Mi sono necessari subito — disse Ottone, con tono imperioso.

Il sultano si volse verso uno dei suoi ministri e gli disse alcune parole in una lingua sconosciuta agli europei.

Poco dopo venti negri robustissimi si radunavano dinanzi alla capanna, muniti di ceste grandissime.

— Sono a tua disposizione — disse il sultano, a Ottone.

— Non perdiamo tempo — disse questo volgendosi verso l’inglese. — Temo l’arrivo di Altarik. Conoscete la via?

— Sono stato già parecchie volte alla caverna — rispose il prigioniero.

— Allora partiamo — disse il tedesco.

Prima però di uscire si volse verso il sultano, dicendogli: