Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/30

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24 emilio salgari


Stavano per entrare nella barca, quando il greco, girando gli sguardi verso le ultime case del sobborgo, scorse un negro che dall’alto d’una terrazza pareva facesse dei segnali ad un piccolo veliero che si trovava ancorato presso un’isoletta.

Teneva in mano un fazzoletto rosso e lo agitava vivamente, ora alzandolo ed ora abbassandolo.

— Lo vedi? — domandò il greco.

— Sì — rispose Ottone a cui non erano sfuggiti quei segnali. — Che chiami quella barca a vela per farla accostare alla riva o che voglia indicare all’equipaggio che noi abbiamo lasciato la casa dell’arabo?

— Sospetto che si tratti di noi.

— Ci terremo in guardia. È cintata la tua villa?

— Sì, e le muraglie sono altissime.

— Hai dei servi?

— Quattro e fedeli.

— Li metteremo in sentinella.

Saltarono nella barca e fecero segno al negro di dirigersi verso il sud.

La barca a vela, una dau, come vengono chiamate dagli indigeni, frattanto aveva levata l’àncora ed aveva cominciato a muoversi. Il greco, che non la perdeva di vista, s’avvide che invece di dirigersi verso la casa dove il negro aveva fatto dei segnali, manovrava in modo da accostarsi alla loro scialuppa, come se cercasse di tagliarle la via.

— Attento, battelliere — disse. — Quella dau ha una voglia matta d’investirci e di mandarci a fondo.

— Pare anche a me — disse il negro, che si era accorto della manovra sospetta della dau.

— Ci viene proprio addosso — osservò il tedesco. — Che appartenga all’arabo Altarik?

— È precisamente una delle sue barche — disse il battelliere. — La riconosco dalla bandiera verde marcata con tre stelle.

— Guardati da essa! — gridò il greco. — Mira a mandarci a fondo.