Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/48

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
46 emilio salgari


— Mi pare che la mia testa giri — disse appoggiandosi ai due negri, i quali dal canto loro non parevano più tranquilli del padrone.

— Coraggio, amico — disse Matteo, prendendolo per una mano e costringendolo a sedersi su una cassa, sulla quale aveva gettato un cuscino. — La tua commozione è naturale, passerà subito.

— Non abbiate alcun timore, El-Kabir — disse il tedesco. — Vedrete come manovrerò la mia nave aerea.

— Sì, vi credo... — balbettò l’arabo. — Gli è che... cosa volete... mi pare di dover precipitare dall’alto da un momento all’altro.

— Paure che passeranno — disse Matteo, il quale aveva ritirata la scala di corda.

— Siamo pronti? — chiese Ottone.

— Sì — rispose il greco.

Le due eliche si misero in movimento e l’aerotreno riprese la corsa e questa volta con velocità tripla, perchè seguiva il filo del vento che soffiava da levante a ponente.

La città di Zanzibar fu sorpassata in meno di tre minuti e il Germania filò sopra il mare dirigendosi verso la costa africana.

L’arabo, passato il primo momento di emozione, cominciava a riprendere il suo sangue freddo. Era un uomo che aveva dato grandi prove di coraggio nel centro dell’Africa, durante la sua vita avventurosa; quindi la paura non doveva durare molto in lui.

Anzi, quasi fosse vergognoso di quel momentaneo sgomento, del resto giustificato, si era subito alzato dopo di aver guardato con ammirazione il superbo treno che fendeva lo spazio come un immenso uccello, e dopo aver percorso la piattaforma da un capo all’altro, aveva raggiunto il tedesco, il quale stava orizzontando il timone.

— Lasciate che vi faccia i miei complimenti — gli disse. — Sono ben lieto di avervi associato alla mia impresa.

— Ed io sono contento di vedervi ora così tranquillo — rispose il tedesco.