Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/66

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64 emilio salgari

sta, però non doveva tardare a tramontare. Quindi non potevano contare su più di mezz’ora di luce.

La prateria che avevano dinanzi era leggermente ondulata ed interrotta da gruppetti di datteri selvaggi e di bauchinie.

Bellissimi fiori spuntavano fra le erbe molto alte, papaveri grandissimi color del fuoco, amarilli e piedi di zebra, così chiamati a causa della loro bianchezza e della forma della loro corolla.

Questi fiori sono bianchissimi e hanno un profumo acutissimo.

I due europei, l’arabo ed il negro deliberarono di recarsi innanzi tutto al fiume, il quale scorreva a cinquecento metri dal pallone, radendo una folta boscaglia formata da banani immensi, da sicomori e da felci arborescenti.

Moltissimi uccelli si levavano fra le erbe, fuggendo dinanzi ai cacciatori.

Si vedevano bei campioni di meropi dalle ali di smeraldo orlate di zaffiro, delle cornacchie dalla gola bianca, dei pappagalli grigi con la testa verde, delle ibis porporate e dei piccioni verdastri più piccoli dei nostri e molto più numerosi.

I cacciatori non si degnarono di sparare nemmeno un colpo contro quel mondo alato. Volevano della selvaggina da pelo per prepararsi un arrosto pantagruelico.

Giunti sulla riva del fiume fecero riempire il barile, quindi rimandarono il negro, incaricandolo di fare raccolta di legna secca e di accendere il fuoco per la cena che si promettevano di guadagnare.

— Dove andiamo? — chiese il greco.

— Se volete un consiglio, andiamo ad appiattarci in mezzo agli alberi che costeggiano il fiume — disse l’arabo. — Dopo il tramonto gli animali della foresta vi accorrono per dissetarsi.

— Verranno anche delle antilopi? — disse il tedesco, che si era fitto in capo di mangiarne arrostite.

— E anche delle gazzelle, la cui carne è più delicata.

— E dei leoni? — chiese il greco con una smorfia.

— Non sarei stupito se ne vedessimo qualcuno.