Pagina:Salgari - Il treno volante.djvu/76

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72 emilio salgari

una forma confusa attraversò velocemente lo spazio, cadendo sulla groppa del rinoceronte.

— Bel salto! — esclamò il tedesco.

— Non vorrei trovarmi nella pelle del colosso — disse Matteo.

Il rinoceronte aveva mandato un urlo di rabbia e di dolore. Il leone gli era piombato fra le due spalle ed aveva subito messo in opera gli artigli, lacerandogli rabbiosamente le orecchie ed il muso.

Non essendo in quei punti difeso dalla corazza, il povero bestione perdeva sangue a catinelle e si trovava impotente a sottrarsi a quei colpi che gli strappavano brandelli di pelle e dì carne.

Scrollava il dorso, spiccava salti, inarcava la groppa e abbassava e rialzava violentemente la testa credendo di scavalcare l’avversario. Erano sforzi vani: il leone resisteva vittoriosamente, a tutte quelle scosse e continuava a dilaniare bevendo avidamente il sangue caldo che usciva dalle ferite.

Il colosso prese allora un partito disperato. Si rovesciò impetuosamente a terra, tentando di schiacciare l’avversario.

Il leone, che forse s’aspettava quel colpo, con un magnifico volteggio abbandonò il nemico e con un secondo balzo si imboscò in mezzo alla macchia di bauchinie.

— Che manovra! — esclamò il tedesco, entusiasmato. — Ora vedremo come il rinoceronte prenderà la sua rivincita.

— Non lo lascerà in pace — disse l’arabo. — Farà un massacro della macchia e costringerà il leone a scoprirsi. La lotta non è che appena cominciata.

— Purchè, dopo, il vincitore non se la prenda con noi — osservò il greco.

— Non hanno tempo di occuparsi degli uomini — disse El-Kabir.

Il rinoceronte mandava fischi stridenti, e si voltava come un indemoniato, mostrando il suo muso sbrindellato e sanguinante.