Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/159

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da re, signor Viana, quantunque abbia un gusto un po' acidulo dovuto al suo genere di cibo.

– Che sarebbe quel cibo? Non saprei indovinarlo, visto che quell'animale non ha bocca.

– Non gli è necessaria. A lui basta la lingua.

– Che viva leccando le piante? – chiese Garcia.

– Mangia e non meno di noi. Lo vedrete all'opera.

– Come, non lo uccidete? – chiese Alvaro.

– No perché ci procurerà una frittura superba.

– Eh! Dite.

– Di formiche.

– Puah!

– Adagio, signor Viana. Vedremo se farete le smorfie quando vi presenterò un bel piatto di termiti fritte nel grasso del tamanduà. Oh! Vi leccherete le dita. Silenzio ora e seguiamolo.




16.

UNA SORPRESA DEI SELVAGGI


Il tamanduà continuava a salire la riva senza affrettarsi e siccome in quel luogo il margine della foresta scendeva rapidissimo, l'animale si aiutava poderosamente colle zampe posteriori che sono assai più robuste delle anteriori e per di più armate di artigli lunghissimi e duri come l'acciaio.

Seguirlo era cosa facilissima, poiché i tamanduà sono piuttosto lenti nelle loro mosse e non conoscono affatto la corsa né il passo rapido.

Il marinaio di Solis dopo aver osservata e rilevata la direzione che prendeva l'animale, condusse i suoi compagni attraverso un macchione e ne raggiunse il margine nel momento in cui il tamanduà stava per inoltrarsi nella grande foresta.

– Ditemi, Diaz – disse Alvaro fermandolo. – Sono pericolosi quegli animali? Quello che ci sta dinanzi se non ha bocca possiede certe unghie da sventrare facilmente anche un uomo.

– Assaliti si difendono coraggiosamente e non è raro il caso