Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/214

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22.

ANCORA IL MARINAIO DI SOLIS


Quel grido era partito dal mezzo d'un gruppo di sapucaia, piante che formano sovente delle macchie colossali di cui sono ghiottissime tutte le scimmie.

Alvaro che era certo di non essersi ingannato, in quattro salti si era slanciato in mezzo ai tronchi, sfondando impetuosamente dei cespi di ortensie che crescevano negli spazi lasciati dagli alberi.

Aveva afferrato il fucile per la canna, onde servirsene come d'una mazza, non osando far fuoco per paura di attirare l'attenzione degli eimuri, i quali potevano trovarsi ancora nelle vicinanze della radura.

In mezzo a due alberi scorse vagamente un uomo che si dibatteva disperatamente contro un animale grosso quanto una pantera e che aveva il mantello d'un nero intenso.

Senza badare al pericolo a cui inconsideratamente si esponeva, il portoghese alzò il fucile e lasciò cadere il calcio dell'archibugio, che era pesantissimo, sul cranio della fiera, il quale risuonò come una campana fessa.

Il colpo era stato così violento, che la belva era rimasta per un momento stordita, colla testa appoggiata contro l'uomo che aveva assalito.

– Ecco il secondo! – gridò Alvaro, calando un nuovo colpo con tutta la forza di cui era capace.

Prima però che il calcio si fosse nuovamente abbassato, la fiera con un fulmineo salto di fianco si era sottratta a quella tremenda mazzata che avrebbe dovuto, se non ucciderla, almeno ferirla gravemente.

Pazza di rabbia e di dolore, si era subito voltata contro l'assalitore mugolando spaventosamente e raccogliendosi su se stessa per scagliarsi.

– Fate fuoco! – gridò l'uomo che giaceva a terra. – Sta per sbranarvi! Presto!

La belva stava per saltare. Alvaro, che non perdeva mai la