Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/213

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


Si fermavano però di frequente per guardarsi alle spalle, temendo di essere seguìti da quella belva che poteva essere pericolosissima e capace di assalirli.

Dopo un quarto d'ora notarono alcune grosse piante che avevano già osservate quando stavano per affrontare il liboia.

– Se non m'inganno dobbiamo trovarci presso la radura – disse Alvaro.

– È vero, signore – rispose Garcia. – Ecco qui quella pianta carica di zucche che avevo ben guardata.

– Sì, una cuiera, come ho udito a chiamare questi alberi dal marinaio.

– Ed ecco la radura.

– Avanziamoci con precauzione, Garcia. Gli eimuri possono essere tornati.

– Non odo nulla, signore.

Si spinsero innanzi, tendendo gli orecchi e guardandosi d'attorno, timorosi d'una sorpresa e raggiunsero la radura che la luna illuminava sufficientemente, essendosi già ben alzata in cielo.

Scorsero subito, disteso fra un ammasso di cespugli fracassati e sradicati, l'enorme serpente.

Era perfettamente immobile e giaceva tutto allungato come un immenso cilindro.

– È morto – disse Alvaro, avvicinandosi con precauzione. – La mia palla doveva avergli attraversato il cervello.

– E manca della testa, signore – disse Garcia. – È stata troncata con qualche scure di pietra.

– Allora gl'indiani sono tornati qui: ed il capo? L'hanno raccolto morto o ferito? Diavolo! Sarei più contento se non fosse più nel numero dei viventi. Come faremo a saperlo? Eccoci in un bell'impiccio.

Si era appena rivolte quelle domande, quando a breve distanza, udì improvvisamente a risuonare quel rauco miagolìo e l'ululato, poi subito dopo una voce umana che gridava.

Dios! Dios!

Alvaro aveva fatto un salto innanzi esclamando:

– Il marinaio! Garcia, seguimi! La belva lo ha assalito!