Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/239

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– Leva la buccia e gettali nella pentola – disse il marinaio. – Il brodo riuscirà più gustoso.

I tatù già bollivano ed il vaso grillettava rumorosamente spandendo all'intorno un profumo squisito che sarebbe stato ben migliore se i naufraghi avessero avuto a loro disposizione un po' di sale.

– Peccato – diceva Alvaro, che sorvegliava la cottura dei due rosicchianti. – È il sale che manca.

– Se si potessero trovare dei mollè, ne potremmo ricavare dalle loro ceneri – rispose il marinaio. – Ma tutto non si può trovare su un isolotto e avremmo torto a lamentarci, signor Viana. Vi abituerete anche voi alla mancanza di quella derrata preziosa.

– Vi sono perfino degli alberi che forniscono il sale?

– Tutto si ricava dalle piante in questo fortunato paese. Il vino ed il latte, la cera per fabbricare le candele, balsami per le ferite, succhi d'ogni specie e perfino veleni terribili per ammazzare le persone. Le foreste brasiliane tutto possono fornire, perfino le armi per difendersi contro le belve.

– E anche il pranzo tutti i giorni – disse Garcia.

– E senza affaticarsi – aggiunse il marinaio.

– Il paese della cuccagna – disse Alvaro sorridendo.

– Sì per coloro che sanno sfruttarlo, signor Viana.

– E dove si corre anche il pericolo di venire mangiati come polli.

– Questione di abitudini e di costumi signore – rispose Diaz. – Da noi si mangiano i buoi ed i vitelli, qui si divorano gli uomini come fossero bistecche. Ah! Diavolo! Noi scherziamo e dimentichiamo gli eimuri ed i caheti!

– A tavola! – gridò in quel momento il mozzo, levando il vaso dal fuoco. – Finché gl'indiani mangiano i loro simili noi diamo un colpo di dente ai tatù. Io credo che valgano meglio della carne umana.