Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/255

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sotto le alte piante si fosse impegnata un'altra battaglia perché si udivano a squillare i pifferi di guerra e risuonare cupamente le mazze.

– Mio povero Garcia! – ripeteva Alvaro senza cessare di remare con suprema energia. – È perduto!

Le grida si allontanavano e non già lungo le rive della savana bensì nell'interno della foresta diventando rapidamente fioche.

Certo i vinti, dopo un tentativo di resistenza, si erano dati nuovamente alla fuga, salvandosi nell'immensa boscaglia che offriva dei rifugi ben più sicuri che le macchie di bambù che sorgevano lungo le rive.

Alvaro si era arrestato, giudicando inutile continuare la corsa in quella direzione. Era meglio tornare prontamente all'isolotto ed informare il marinaio, l'unico che potesse dare qualche prezioso consiglio sul da farsi.

– Non abbandoneremo quel caro ragazzo – disse Alvaro, riprendendo i remi. – Se ha avuto il tempo di scaricare il suo fucile verrà considerato come un uomo superiore, ne faranno forse un pyaie e non lo mangeranno. Quei selvaggi che sono stati vinti non saranno più feroci degli eimuri.

Un po' tranquillizzato da quelle riflessioni, si mise ad arrancare affannosamente, ansioso di giungere all'isolotto.

La battaglia doveva essere finita, giacché non si udiva ormai più nulla e se continuava, i guerrieri dovevano trovarsi ormai ben lontani dalle rive della savana sommersa.

Era quasi mezzodì quando Alvaro, assai triste, approdò sulla riva dell'isolotto.

Il marinaio, stanco forse di aspettarli e non sperando che tornassero prima del tramonto, sonnecchiava all'ombra d'una pianta, colla gravatana a portata della mano.

Udendo la voce di Alvaro, aprì subito gli occhi alzandosi a sedere.

– Solo! – esclamò, non scorgendo il mozzo e facendosi smorto. – Gran Dio! Che cosa vi è toccato signor Viana? Mi sembrate sconvolto.

– Perduto – rispose Alvaro con voce spezzata.

– Garcia!

– Rapito dai selvaggi.