Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/256

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– Dai caheti?

– Non so... vi erano anche gli eimuri... combattevano.

– Calmatevi, signor Viana e narratemi tutto.

Alvaro quantunque fosse in preda ad un vero accesso di disperazione, lo mise subito al corrente di quanto era avvenuto.

– Ditemi, Diaz, riusciremo noi a salvarlo? – chiese Alvaro.

Il marinaio aveva ascoltato il racconto in silenzio, corrugando più volte la fronte.

– Siete certo che non siano stati gli eimuri a portarlo via? – chiese.

– Quei selvaggi non erano ancora giunti.

– Dunque sono stati gli altri?

– Sì, Diaz.

– Ditemi come erano quegl'indiani.

– Erano di statura più alta degli eimuri, avevano i capelli lunghi e neri ed il colorito bruno fosco.

– Avete notato se avevano delle incisioni sulle braccia e sulle cosce?

– Sì, dei tagli abbastanza profondi, delle vecchie cicatrici.

– E delle penne appiccicate agli angoli degli occhi? – chiese ancora Diaz.

– Anche quelle.

– Erano indiani tupy, i nemici più accaniti e più formidabili dei tupinambi. Sono lieto che le abbiano prese dagli eimuri, quantunque sì gli uni che gli altri siano del pari crudeli.

– Potremo noi ritrovarli?

– So dove hanno il loro villaggio principale e mi immagino che avranno condotto Garcia dal loro gran capo Piragibe, che vuol dire Braccio di pesce.

– Che lo mangino?

– Forse, se non preferiranno farne uno stregone. Non avranno però fretta essendo Garcia, per sua fortuna, troppo magro per costituire un buon arrosto e prima che lo abbiano ingrassato, passeranno parecchie settimane e fors'anche dei mesi.

– Sicché voi non disperate di salvarlo.

– La cosa non sarà facile, tuttavia ci proveremo. Se vedremo che l'impresa sarà troppo difficile, chiameremo in nostro aiuto i tupinambi i quali a quest'ora saranno certo tornati ai loro villaggi.

– Vi sentite di poter camminare?

– Fra un paio di giorni io sarò completamente ristabilito.