Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/283

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– Parla, Japy – disse il marinaio quand'ebbe ripreso fiato. – È nell'aldèe dei tupy il fanciullo bianco?

– Sì – rispose il giovane. – L'hanno condotto prigioniero due giorni or sono, prima della seconda battaglia data agli eimuri.

– Temevo che lo avessero divorato.

– No, ma stanno ingrassandolo.

– L'hai avvicinato? – chiese Alvaro che era in preda ad una viva emozione.

– Non è permesso a nessuno di entrare nel carbet che gli fu assegnato.

– L'hai almeno veduto?

– Sì, ieri sera, mi parve rassegnato alla sua triste sorte.

– Noi siamo venuti qui per salvarlo – disse Diaz. – Credi possibile sottrarlo senza che i tupy se ne accorgano?

– I tupy sono numerosi e vegliano – rispose Japy.

– Tu puoi aiutarci. Perché ti hanno risparmiato pur sapendoti un tupinambi?

– Un capo mi ha adottato, avendo saputo che io era ai servigi del gran pyaie bianco.

– Godi dunque d'una certa libertà.

– Sì, padrone.

– Puoi lasciare il tuo carbet di notte?

– È possibile farlo.

– Saresti capace di aprire una porta della palizzata?

– Basta levare le traverse interne, operazione che può compiere anche un bambino – rispose Japy.

– Quanti indiani vegliano attorno al carbet del prigioniero?

– Una dozzina.

– Dormono alla notte? – chiese Alvaro.

– Sì, attorno al fuoco che brucia dinanzi la porta del carbet – rispose Japy.

– Avresti il coraggio questa sera, prima che la luna sorga, di aprirci una porta e di guidarci fino al carbet? Non preoccuparti del resto. Sapremo noi entrare nella capanna ed involare il ragazzo.

– Sono un tupinambi e non già un tupy, – rispose il ragazzo con fierezza – e tu sei il mio padrone. Io farò tutto ciò che vorrai gran pyaie, purché mi riconduci nella mia tribù.

– Qual è la porta più prossima al carbet del prigioniero?