Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/304

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30.

FRA IL FUOCO E LE FRECCE


Sì, solo Japy, quel bravo ragazzo che aveva già date ai due pyaie bianchi tante prove di amicizia quando si trovavano prigionieri degli eimuri, aveva potuto interessarsi della loro critica situazione.

Approfittando della confusione che regnava nell'aldèe e dell'oscurità, doveva prima aver rubato il fucile che custodiva lo stregone della tribù e quindi far raccolta di viveri, poiché non doveva ignorare che nel carbet non poteva regnare certo l'abbondanza.

Quel soccorso inaspettato e preziosissimo, aveva ridato animo ai due assediati i quali già cominciavano a disperare sull'esito finale di quel blocco. Padroni ormai di due archibugi, ben forniti di munizioni e di viveri, si sentivano capaci di tener testa a qualsiasi assalto, e di attendere, senza troppo inquietarsi, la fine di quell'avventura.

Forse in quel momento i tupinambi erano già in cammino e s'avanzavano a marce forzate verso l'aldèe dei tupy, i loro secolari nemici che inquietavano incessantemente le loro tribù per provvedersi di carne umana.

– Eccoci diventati invincibili – disse Alvaro, dopo essersi assicurato che l'archibugio di Garcia non era stato guastato. – Quando i tupy ci vedranno entrambi armati, mancherà loro il coraggio di ritentare un nuovo attacco. Mio caro ragazzo, non credevo di avere tanta fortuna. Decisamente noi siamo nati sotto una buona stella e comincio a credere che i brasiliani non riusciranno mai a piantare i loro denti nelle nostre carni.

– Quale sorpresa per quei selvaggi quando s'accorgeranno che il fucile è scomparso dalla capanna del loro stregone e che è volato nelle nostre mani! – disse il mozzo.

– Acquisteremo fama di essere dei pyaie insuperabili e non mi sorprenderei se mangiassero il loro stregone.

– Povero diavolo!