Pagina:Salgari - L'Uomo di fuoco.djvu/70

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– Signor Alvaro! – gridò, riparandosi gli occhi. – Il terremoto!

Altro che terremoto! Un serpente enorme, un giboia o boa constrictor, di lunghezza smisurata, grosso quanto il corpo d'un ragazzo di dieci anni, era improvvisamente sorto fra le canne e le piante acquatiche, sollevando colla possente coda un uragano di fango e di acqua.

Era uno dei più spaventevoli rettili che vivono nelle savane brasiliane, quantunque uno dei meno pericolosi non essendo velenoso come i crotali o come i cobra-capello.

Interrotto dal suo sonno dal mozzo che rimuoveva il fondo, si era raddrizzato di colpo, sibilando rabbiosamente e dardeggiando sui due naufraghi uno sguardo ardente e affascinante.

Il signor di Correa, senza perdersi d'animo, con un'ultima strappata tirò alla riva Garcia, poi afferrò l'archibugio.

Il rettile, che doveva essere non solo irritato, ma anche affamato, si era diretto verso i due naufraghi percuotendo furiosamente le acque colla coda, come se fosse deciso ad assalirli.

– Fuoco, signor Alvaro! – gridò il mozzo, slanciandosi verso il suo fucile. – Ci divorerà tutti due.

Alvaro mirò qualche istante, poi lasciò partire il colpo.

Il rettile, colpito un po' sotto la gola da quella scarica di pallettoni, si contorse impetuosamente soffiando orrendamente e vomitando ad un tempo bava e sangue e agitò furiosamente la coda lanciando a destra ed a sinistra spruzzi di fango liquido, poi con uno sforzo supremo si slanciò sulla riva cadendo a pochi passi dal portoghese.

– Il tuo archibugio, Garcia! – gridò il giovane.

Il mozzo che l'aveva già armato, glielo porse prontamente.

Il serpente che si era aggomitolato su se stesso, stava per cacciare la sua coda fra le gambe del portoghese onde rovesciarlo e quindi avvolgerlo fra le sue potenti spire.

Alvaro però si era accorto a tempo del pericolo. Con un salto si gettò da una parte, poi puntato rapidamente l'archibugio glielo scaricò a bruciapelo fra le fauci spalancate fracassandogli la testa.

Quella seconda ferita era mortale.

Il boa nondimeno per la seconda volta si rizzò, toccando col cranio mutilato la cima d'una palma che cresceva a breve distanza, poi ricadde come un pacco di stracci bagnati e rimase immobile.

– Perdinci! – esclamò Alvaro che era diventato pallidissimo. – Credevo proprio che questo serpente ci stritolasse come due biscotti. Non avevo mai creduto che potessero esistere sulla terra dei rettili d'una mole così enorme!... Sì spaventevole!

Quel boa, che è realmente uno dei più enormi che vivono nelle savane brasiliane, misurava non meno di dodici metri di lunghezza ed era grosso quanto il corpo d'un uomo di media statura.

Il secondo colpo di fucile lo aveva quasi decapitato, mentre il primo gli aveva prodotto una ferita orribile dalla quale usciva il sangue in gran copia.

– È enorme! – esclamò il mozzo, che tremava ancora pel doppio pericolo che lo aveva minacciato. – Questi rettili devono inghiottire un uomo senza soffrire nella digestione. Che fosse quello che la notte scorsa sibilava e che sollevava delle ondate?

– Non ne dubito – rispose Alvaro. – Ecco due buoni colpi di fucile ma che non ci compenseranno della colazione perduta.

– Non oserò più andarla a raccogliere, signore – rispose il mozzo, che rabbrividiva ancora. – Non so quale fondo abbia questa palude.

– Cercheremo d'altro, Garcia – rispose Alvaro. – Toh! Dimenticavamo che noi eravamo venuti qui per pescare.

– Ah! Signore!

– Cos'hai?