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Fra i pecari e le mosche-cartone 139

notte, mentre Yaruri prendeva il largo a bordo della scialuppa.

La notte era limpida e chiara, essendo la luna appena allora alzata; solamente le rane ed i rospi rompevano il silenzio che regnava sulla grande fiumana, ma a lunghi intervalli.

I tre bianchi e l’indiano tendevano gli orecchi sperando di raccogliere qualche grido o lo sbattere delle pagaie di qualche canotto o lo spezzarsi di rami nella foresta e aguzzavano gli occhi in tutte le direzioni, ma nulla udivano; nulla appariva nè sulla argentea distesa del fiume, nè sulle sponde, nè sotto i giganteschi alberi.

Solamente verso la mezzanotte parve a loro di vedere attraverso alle piante un rapido bagliore, ma che si spense subito. Forse era stato prodotto da qualche banda di moscas de luz, quantunque Yaruri ne fosse poco convinto.

L’alba li sorprese ancora in agguato. Gli uccelli si svegliavano empiendo l’aria di grida acute e di cicalecci interminabili e le scimmie ricominciavano i loro concerti diabolici.

— Battiamo la foresta — disse don Raffaele ai compagni, che si erano riuniti. — Forse riusciremo a scoprire quei nemici che ci seguono con tanta osti-