Pagina:Salgari - La Città dell'Oro.djvu/165

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

Una emigrazione di formiche fiamminghe 157

se fossero state bruscamente recise da migliaia di scuri o di coltelli, pareva che perfino i tronchi degli alberi si fondessero per opera d’un torrente di lava. Le immense foglie dei mirti, così grandi che un uomo non può portarne più d’una, piombavano al suolo ove scomparivano con incredibile rapidità; le foglie dei bossù, che sono lunghe ben dieci metri, subivano l’egual sorte e così pure quelle delle palme, del bambù e quelle dei cespugli, non rimanendo in piedi che i verdi tronchi. Pareva che un torrente devastatore attraversasse la foresta su uno spazio di cinquanta metri, tutto distruggendo sul suo passaggio.

Alonzo, stupito, inquieto, guardava quella distruzione che aveva del prodigioso. Non rideva più ormai, anzi era diventato pallido.

Ad un tratto, attraverso a quel passaggio, apparvero le prime colonne degli insetti migranti. Non era che l’avanguardia, ma era formata da milioni di formiche voraci, lunghe un centimetro e mezzo, coi corsetti e gli addomi color nero lucente e ventri mobili, e armate di branchie taglienti e robuste.

S’avanzava in masse compatte, salendo sugli alberi per far cadere le foglie che dovevano servire per nutrimento al grosso della colonna, tenagliando le erbe, distruggendo i cespugli con rapidità spaventevole.