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Smarriti nella foresta vergine 173

palmizio col tronco liscio ma in forma di fuso e che si appoggiava, coll’estremità inferiore, su parecchie radici uscenti da terra. In alto portava un bellissimo ciuffo di grandi foglie d’un verde cupo.

Non portava nè frutta nè fiori, ma in mezzo al ciuffo si vedeva uscire un germoglio lungo circa ottanta centimetri e più grosso del fusto dell’albero.

Il dottore girò e rigirò attorno al palmizio, poi si aggrappò ai fichi maledetti che formavano una vera rete e s’innalzò con un’agilità sorprendente borbottando.

Giunto in cima all’albero si cacciò in mezzo al ciuffo e a colpi di coltello recise il lungo germoglio, lasciandolo precipitare a terra.

Ridiscese con precauzione, raccolse quello strano fusto che era rivestito di nove foglie d’un verde tenero e lo portò all’accampamento mostrandolo trionfalmente ad Alonzo, il quale aveva già acceso un gran fuoco e trinciato l’orso formichiere.

— Cosa portate? — chiese Alonzo, sorpreso. — Un pezzo d’albero?

— Il pane — rispose il dottore, sorridendo.

— Questo è pane?

— Ora lo vedrai. Sappi innanzi a tutto che questo non è un pezzo d’albero, ma il frutto del cavolo palmizio. Hai mai udito parlare di quest’albero?