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182 la città dell'oro

— Bravo, giovanotto — esclamò il dottore, che aveva raccolto un tizzone acceso.

— Che sia proprio morto?

— Lo credo bene.

Si curvarono sulla fiera e la esaminarono. Aveva la testa spaccata e le spalle imbrattate di sangue: le due palle l’avevano colpita a destra ed a sinistra del collo.

Quel giaguaro era uno dei più grossi, poichè era lungo quasi due metri dall’estremità del muso alla radice della coda e alto quanto una tigre indiana.

La sua pelle era splendida, macchiata irregolarmente come quella delle pantere, ma a chiazze color di rosa con un punto nero in mezzo, mentre il fondo del pelame era d’un color fulvo vivo sopra e bianco sotto.

— Bell’animale! — esclamò Alonzo. — Si direbbe che non la cede alle tigri dell’India e della Malesia.

— Ti assicuro che non è nè meno feroce, nè meno robusto, nè meno audace delle tigri. Guarda che collo!... È grosso come quello d’un giovane toro.

— È vero, dottore, che i giaguari sono capaci di uccidere un bue e di trascinarlo lontano?

— Sì, Alonzo, ma non si contentano d’uno. Quando piombano fra le immense mandrie che popolano le