Pagina:Salgari - La Città dell'Oro.djvu/283

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Il pane degli indiani 275

scorza bruna e che tagliati a pezzi dànno un succo lattiginoso che si lascia colare negli stagni per ubriacare i pesci; poi un grande numero di palme, le graziose bactris, le nane marajà, le esili euterpe edulis, le folte cargia (atlalea spectabilis) che sono quasi senza fusto e che si curvano verso terra, le spinose javary (astrocaryum) e le grandi manassù (atlalee speciosae).

Numerosi uccelli svolazzavano fra quelle piante e sull'orlo della savana tremante: i mahitaco, piccoli pappagalli, cicalavano su tutti i toni; le arà lanciavano le loro grida acute di arà, arà; gli aracari, uccelli simili a un merlo ma col becco grossissimo volavano via a stormi; gli azulao, piccoli uccelli colle penne azzurre, canticchiavano fra i niku e le spine ansara, mentre gli japu, appollaiati sulle cime degli alberi, facevano un baccano indiavolato col loro cinguettìo sgradevolissimo.

Fra i cespugli poi, svolazzavano gli splendidi colibrì, i piccolissimi uccelli mosca chiamati anche beja-flores perché pare che bacino i fiori e dagli indiani capelli del sole o piccoli re dei fiori. Erano grossi come un tafano e mostravano, ai primi raggi dell'astro diurno, le loro splendide penne scintillanti.

V'erano anche i trochilus pella o colibrì topazii; i trochilus auratus o colibrì granato e i trochilus minimus,