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294 la città dell'oro

foreste di palme d’ogni specie, le quali erano unite così strettamente, da non lasciar passare, nemmeno un uomo. Quel fiume pareva che fosse assolutamente deserto. Non si vedeva alcuna capanna sorgere su quelle rive, nè alcun canotto ormeggiato. Perfino gli uccelli erano radi e le scimmie mancavano affatto.

Verso le due, Yaruri additò la vetta di alcune montagne che si elevavano sulla sponda destra. Erano tre, assai acuminate, irte di foreste fino a metà e più oltre assolutamente aride.

— Manoa è là!... — diss’egli.

Ma nel pronunciare quelle parole, la voce gli tremava. Forse la sua coscienza ribellavasi contro la sua volontà, ed aveva esitato a tradire a quegli stranieri il segreto, così ben mantenuto per tre secoli dai suoi compatrioti.

Verso sera approdavano dinanzi ad una savana tremante che era divisa dal fiume da una lingua di terra larga pochi passi. Quasi nel medesimo tempo, fra gli alberi che costeggiavano la savana, si udì un grido stridulo. Yaruri trasalì.

— Cos’è? — chiese don Raffaele. — Un segnale forse?

— Un uccello che abita questi boschi, — rispose Yaruri.