Pagina:Salgari - La Città dell'Oro.djvu/303

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

La prima minaccia dei figli del sole 295

— Ne sei certo?

— Non m’inganno.

Cenarono con un po’ di cassava ed un pezzo di selvaggina cucinata al mattino, non osando accendere il fuoco, poi si coricarono sotto la cupa ombra d’una palma jupatà, sotto la guardia dell’indiano, a cui spettava il primo quarto.

Non era trascorsa un’ora che il grido poco prima udito si ripetè, ma meno acuto e molto più vicino.

Yaruri si era alzato tenendo in pugno la carabina del piantatore. Diede uno sguardo ai compagni che dormivano tranquillamente, poi s’avanzò sulla lingua di terra e si arrestò dinanzi ad una cuiera, enorme pianta da zucche che ha foglie larghe e numerose, i rami sempre coperti da piante parassite, il tronco seppellito sotto un ammasso di muschi e che produce delle frutta lucenti, d’un verde pallido, di forma sferica, grosse come un popone, contenenti una polpa bianchiccia e molle. Quelle zucche, tagliate per metà, vuotate e seccate, servono agli indiani da recipienti e da piatti.

Sotto l’ombra di quella gigantesca pianta, stava un indiano di alta statura, col viso e il petto tatuato, colla fronte cinta da una pezzuola rossa come un tempo usavano gli Inchi del Perù e coi fianchi coperti da un