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302 la città dell'oro

Superata una curva del fiume, il canotto si trovò dinanzi ad un enorme numero di tronchi d’albero che occupavano tutta la larghezza compresa fra le due sponde.

Dei grossi pali, piantati nel letto del fiume, li trattenevano; per di più i loro rami s’intrecciavano fra di loro, impedendo, a quell’ammasso galleggiante, di separarsi.

— È una foresta intera caduta in acqua, — disse Alonzo.

— Caduta! — disse Velasco. — Precipitata nel fiume dai nemici per impedirci il passo, vuoi dire.

— Dagl’indiani che ci precedono?

— E dai loro compatrioti, poichè questo lavoro non può essere stato fatto che da qualche centinaio d’uomini — disse don Raffaele. — La nostra navigazione, amici miei, è terminata.

— Non credi che si possa aprirci il passo?

— No, Alonzo. Perderemmo una e forse due settimane, è vero, Yaruri?

— Sì, padrone, — rispose l’indiano. — Senza contare poi che avremmo addosso i nemici.

— Allora bisogna sbarcare.

— No, padrone.

— Dove troverai un passaggio?