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326 la città dell'oro

Oramai pareva che più nulla dovesse arrestare il cammino degli uomini bianchi e dell’incantatore; l’entrata nella famosa Città dell’Oro sembrava facile e certa. A poco a poco però la foresta si diradava e ben presto i viaggiatori si trovarono dinanzi ad una prateria coperta di erbe alte più di quattro piedi e perfettamente secche. All’estremità di quella pianura, a meno di due miglia, si rizzava la grande montagna e sui fianchi di quella si vedevano bande d’indiani armati, che parevano pronte a opporsi alla marcia degli invasori.

— Il nemico! — gridò Alonzo, arrestandosi.

Yaruri, sempre suonando, fece cenno di tirare innanzi. I serpenti, attirati, affascinati da quella marcia che non s’arrestava un solo istante, avevano già abbandonata la foresta e s’avanzavano attraverso le erbe della pianura.

Gl’indiani, vedendo gli uomini bianchi continuare la marcia, emettevano spaventevoli vociferazioni e si udivano a scagliare maledizioni contro Yaruri chiamandolo traditore, ma questi non se ne preoccupava e continuava a suonare con maggior lena.

D’improvviso però s’arrestò e parve che fiutasse l’aria con viva apprensione.

Un grido di furore gli irruppe dalle labbra e scagliò