Pagina:Salgari - La Città dell'Oro.djvu/365

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Il supplizio del traditore 357

— È lui — gli rispose una voce.

Si volse e si trovò presso a Manco.

— Non temete, padrone — continuò l’ex schiavo. — Siete salvi.

Il re della Città dell’Oro discese dinanzi all’immagine del Sole sospesa all’estremità del tempio, s’inginocchiò toccando colla fronte le pietre del pavimento, poi le offerse un vaso d’oro, squisitamente cesellato, mentre altri indiani, i più grandi dignitari di certo, offrivano pietre preziose, smeraldi e turchine o figurine d’uccelli o di animali d’oro massiccio.

Poi Yopi s’alzò e volgendosi verso i piaye che lo avevano seguito, gridò:

— Si conduca l’agnello.

La folla che si assiepava nel tempio s’aprì e fu tratto innanzi un grosso agnello, col pelame tutto nero.

I piaye volsero la testa dell’animale verso levante, poi uno di loro, armatosi d’un coltello aguzzo e tagliente, gli aprì il fianco sinistro levandogli rapidamente, secondo l’antico rito, le viscere, poi i polmoni ed il cuore.

Le une erano uscite intatte, i secondi palpitavano ancora ed il terzo non aveva alcun guasto: l’augurio non poteva essere migliore ed il popolo salutò il felice annuncio con grida di gioia.