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76 la città dell'oro

Quel macchione imponente, meraviglioso, era staccato dalla foresta vergine che si stendeva un po’ più indietro e sorgeva su di una specie di banco sabbioso il quale risaliva la corrente del Capanaparo per parecchie centinaia di metri.

Legata la scialuppa ad un fusto di legno cannone, specie di bambù leggerissimo, liscio e lucente, Yaruri fu lesto a balzare a terra impugnando la sua cerbottana, nella quale aveva già introdotta una freccia. Gettò un rapido colpo d’occhio all’intorno, sulla sponda, sul fiume, fra le foglie giganti degli jupati ed in aria, poi facendo cenno al padrone di non muoversi, s’avanzò, con passo silenzioso, verso l’estremità del banco.

Ad un tratto lo si vide arrestarsi, curvarsi, sollevare la sabbia; e lo si udì a gettare un grido.

Don Raffaele, il dottore ed Alonzo furono lesti a raggiungerlo, portando con loro i fucili.

— Cos’hai scoperto? — chiese il piantatore.

— Il fuoco che ardeva poco fa — rispose l’indiano, coll’aria di trionfo. — Yaruri non si era ingannato.

— Fuoco d’indiani?

— Ma armati di fucile.

— Armati... di fucile! — esclamarono il dottore e don Raffaele con stupore.

— Sì — rispose l’indiano.