Pagina:Salgari - La Stella Polare.djvu/184

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


superficie più o meno grande dell'oceano, riposa uno strato d'aria fredda, reso pesante da quel freddo stesso che s'abbassa sulla crosta gelata, come uno sciroppo più pesante che cade e riposa in fondo ad un bicchiere. I venti marini agitano e spingono questa massa d'aria fredda, strappandola dal suo letto di ghiaccio e mandandola a raffreddare l'Europa, l'Asia e la Siberia. Quelle correnti gelate, al contatto coll'aria tiepida dell'Atlantico e del Pacifico condensano l'umidità, e formano le piogge, le nebbie e fanno turbinare le tempeste.

– Sicché senza i ghiacci del polo nord, l'Europa potrebbe godere, anche l'inverno, una temperatura più mite.

– E non avrebbe che rare nebbie e rarissimi uragani, mio caro Ollier.


4.

IL NAUFRAGIO DELLA FRAYA


Mentre la Stella Polare continuava la sua corsa verso il nord, sfondando, di quando in quando, qualche fila di hummoks, che si trovavano attraverso la sua prora, Torgrinsen, il secondo macchinista ed il velaio, ai quali si era anche unito il carpentiere, avevano abbordato Andresen, che dal castello di prora osservava il mare.

– È qui è vero che questa famosa Fraya è colata a picco? – chiese il secondo macchinista.

– No, più al nord – rispose il giovane nostromo, ridendo.

– Più al nord o più al sud, questa volta ci narrerai la storia. L'ora del pranzo è ancora lontana e pel momento la Stella Polare non ha bisogno di te – disse il velaio di Laurvik.

– Tanto v'interessa?

– Sfido io!... Pensa che forse egual sorte può toccare anche a noi.

Andresen caricò diligentemente la pipa, diede un altro sguardo alla velatura, poi soddisfatto da quell'esame, si sedette sulla murata, a cavalcioni dell'estremità del bompresso, dicendo:

– Allora uditemi.