Pagina:Salgari - La Stella Polare.djvu/196

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Sul cielo, assai cupo, si distingueva ad intervalli una luce bianchissima, quel chiarore che proiettano i banchi di ghiaccio.

– E l'ice-blink – disse Andresen al velaio, che lo interrogava.

– E indica la presenza di grossi ghiacci – aggiunse il tenente Querini, che già cominciava a comprendere il norvegese.

– Così presto? – chiese il velaio.

– Potete dire così tardi – rispose il giovane nostromo. – Gli anni scorsi, in quest'epoca, non si poteva sempre avanzare. La Stella Polare ha avuto una bella fortuna finora.

– Saranno banchi molto vasti?...

– Piccoli no di certo, mio caro. Domani la Stella Polare proverà la resistenza del suo scafo.

– Credete che siano tali da arrestare la nostra corsa? – chiese il tenente Querini.

– Non mi sorprenderei, signore. Tuttavia troveremo qualche passaggio, sia più all'est o più all'ovest.

– Eppure ci troviamo ancora lontani dalla Terra di Francesco Giuseppe.

– Quattro o cinque giorni di navigazione, se questa tempesta non ci caccia fuori dalla rotta.

– Conoscete il capo Flora?

– Sì, signor tenente.

– Nansen ne ha dato una descrizione stupenda. È realmente pittoresco?

– Splendido, signore.

– Credete che troveremo ancora le capanne degli inglesi e quelle di Jakson?

– Le nevi non devono averle danneggiate. Non sono situate su banchi di ghiaccio, bensì a terra.

– E vi troveremo ancora dei viveri? – chiese il velaio.

– Ed anche armi, istrumenti scientifici, libri, carte da giuoco, ed altro. Gl'inglesi che le hanno fatte costruire, perché servissero di rifugio ai naufraghi od agli esploratori polari, non hanno lesinato. D'altronde erano ricchi signori. Orsù, il mare non pensa di volersi calmare. La nottata non sarà troppo buona.

– Nottata di luce – disse il tenente, sorridendo.