Pagina:Salgari - La Stella Polare.djvu/219

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– Lo avete detto – rispose Andresen. – Quando si trovano questi banchi, si seguono e si è certi d'incontrare, presto o tardi, qualche cetaceo.

– Non ne vedo però.

– Eppure per di qui ne è passato qualcuno.

– Come lo sai?

– Non vedete delle materie untuose, che scintillano come argento, ondeggiare fra la boete?

– È vero, Andresen.

– È la traccia lasciata da una balena. Quando quei colossi lanciano dagli sfiatatoi quelle nubi di vapore che voi sapete, assieme all'acqua vomitano pure delle materie grasse che poi rimangono a galla.

– Speriamo d'incontrare qualcuno di quei cetacei.

– Non mi sorprenderei – rispose Andresen. – Siamo sui luoghi di pesca.

L'indomani, il nebbione, che non si era definitivamente allontanato, tornò a invadere il mare avvolgendo pure la Stella Polare.

Quel ritorno della nebbia, da nessuno desiderato, poteva rendere difficile l'approdo alla Terra di Francesco Giuseppe.

Il capo Flora non era lontano ed i ghiacci erano diventati numerosissimi. Piccoli banchi e gruppi di ice-bergs navigavano in tutte le direzioni, alcuni spinti dalla corrente, altri, più elevati, dal vento.

Fortunatamente, nel pomeriggio la nebbia cominciò ad alzarsi, e per qualche istante l'orizzonte apparve sgombro verso il settentrione.

Tutti i cannocchiali si erano puntati in quella direzione, con la speranza di poter scorgere la Terra sospirata, ma invece non si scorgevano che ice-bergs.

Tutti erano saliti in coperta, e alcuni marinai si erano spinti fino sulle coffe, poi più in alto, fino alle crocette, scrutando l'orizzonte.

Una viva ansietà regnava fra tutti: la terra stava là, al nord, a poche diecine di miglia, ma sarebbe stato possibile approdare? Lo avrebbero permesso quei ghiacci che diventavano sempre più numerosi quasi avessero congiurato di sbarrare il passo alla Stella Polare?