Pagina:Salgari - La Stella Polare.djvu/39

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– Sono capaci di percorrere cinquanta e talvolta perfino ottanta chilometri al giorno, se il carico non è eccessivo.

– Quanti ce ne vogliono per una slitta?

– Generalmente in dieci trascinano un carico di quattrocento chilogrammi.

– Un bel peso, contacc!... – esclamò Ollier.

– E dopo Arcangelo andremo direttamente al polo? – chiese Savoi. – Uh!... Correte molto voi – disse Anton Torgrinsen, il secondo macchinista di bordo, che da qualche minuto si era unito al crocchio, e che, conoscendo anche lui il francese, aveva raccolta la domanda della guida. – Per quest'anno accontentatevi di giungere alla Terra di Francesco Giuseppe e di svernarvi.

– Svernare?... Cosa significa ciò? – chiese Savoi.

– Di passare l'inverno in mezzo ai ghiacci.

– Credete che la Stella Polare verrà imprigionata dai banchi? – chiese Ollier.

– Certamente – rispose il secondo macchinista. – Tra quattro mesi, se non prima, la nostra nave verrà asserragliata fra gli ice-fields e gli ice-bergs, e non potrà più muoversi.

– E rimarrà molto, prigioniera?...

– Fino all'anno venturo, se l'andrà bene.

– Volete dire?...

– Che non si è sempre sicuri di liberarsi dai ghiacci durante lo scioglimento. Certe navi sono rimaste prigioniere perfino tre anni di seguito.

– Ed allora?... – chiese Savoi, con una certa inquietudine.

– Oh!... Per voi poco importa – disse Andresen. – Il Duca non ha intenzione di servirsi della sua nave per andarsene al polo. Saremo noi che rimarremo prigionieri.

– Sì, – disse Torgrinsen, – S. A. R. non ha alcuna voglia di seguire il piano del nostro Nansen. Mentre questi contava tutto sulla propria nave per potersi accostare al polo, il Duca non conterà che sulle proprie gambe e sulle vostre, signori.

– Il vostro Nansen ha però abbandonata la sua nave – disse Petigaux. – Io l'ho udito raccontare.