Pagina:Salgari - La capitana del Yucatan.djvu/64

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
62 Capitolo settimo

alle sconfitte, gli Stati Uniti, che temono di vedere svanire la speranza di porre finalmente le adunche dita sull’isola sospirata, fanno ogni giorno la voce più grossa, pure la Spagna non ripiega la bandiera.

D’ambe le parti si combatte con pari tenacia e con pari valore. Se le truppe di Spagna sono valorose, non lo sono meno i cubani che hanno pure nelle loro vene sangue spagnolo.

Al maresciallo Martinez Campos succede il ferreo Weyler il quale brucia e fucila senza misericordia, deciso a sopprimere la ribellione per non lasciar tempo agli Stati Uniti di intervenire; a Maceo, il capo cubano ucciso in una imboscata, succede nel comando Maximo Gomez il quale tiene ostinatamente il campo, sfuggendo all’attacco degli avversari con bravura straordinaria.

Come altre volte, la Spagna avrebbe finito col domare l’insurrezione e conservarsi ancora la disgraziata isola, se un avvenimento inaspettato non avesse data l’occasione agli Stati Uniti di intervenire.

La sera del 15 febbraio del 1898, nel porto dell’Avana scoppia improvvisamente il Maine, un poderoso incrociatore di 6650 tonnellate, colà mandato dagli Stati Uniti per la protezione dei suoi connazionali, mandando all’aria duecento e settanta marinai e due ufficiali.

Le autorità spagnole accorrono frettolose in aiuto dei naufraghi e dimostrano sinceramente il loro rammarico per la tremenda disgrazia che ha colpito la marina degli Stati Uniti; gli yankees passano sopra tutto e accusano apertamente gli spagnoli di essere stata la causa del disastro.

L’inchiesta aperta da una parte e dall’altra non riesce a fare luce sullo scoppio, il quale però pareva più casuale che dovuto ad opera malvagia. L’occasione era troppo propizia per gli americani per tentare di mettere le mani sull’isola agognata e minacciano di rompere le relazioni diplomatiche, se non si accordano le più ampie soddisfazioni.

Il governo spagnolo, che si trova sempre alle prese coi ribelli e che ha appena domata l’insurrezione delle Filippine, che ha le casse vuote e la marina in disordine, cede mentre l’appetito degli americani cresce. Non basta promettere soddisfazione, non basta promettere l’autonomia di Cuba, non basta nemmeno l’armistizio accordato agli insorti e nemmeno l’intervento di Leone XIII per evitare il conflitto.

È la guerra che vogliono gli americani, o meglio è Cuba. Essi credono che la Spagna non possa resistere alle loro flotte, che abbia paura e che Cuba sia un boccone ormai destinato a loro. Armano le loro poderose flotte, intimano agli spagnoli di lasciare l’isola che era costata a loro tanto sangue e tanti milioni, ed il 23 aprile, appena pronunciata la dichiarazione di guerra,