Pagina:Salgari - Nel paese dei ghiacci.djvu/234

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204 i cacciatori di foche della baia di baffin


Mastro Tyndhall ed i suoi compagni, raddrizzata la baleniera che aveva perduto una gran parte del suo carico che era rotolato nella spaccatura apertasi quasi sotto la chiglia, vi si erano cacciati dentro, per essere più pronti a riprendere il mare nel caso che il banco nuovamente si aprisse.

Il nebbione era calato su quel mare tempestoso e più nulla potevano scorgere.

Solamente di tratto in tratto vedevano scintillare, per qualche istante degli ice-bergs che subito scomparivano.

Udivano però sempre gli urti di quei mostri polari lottanti fra di loro per aprirsi il passo verso il nord-ovest ed i loro capitomboli, i quali sollevavano delle ondate così mostruose, da spazzare il banco da un’estremità all’altra.

Il vento non si era ancora calmato, ma pareva però che soffiasse con meno violenza. Lo si udiva a ruggire fra le alte vette degli ice-bergs, ma con meno frequenza e ad intervalli irregolari.

Il mare però si conservava sempre cattivissimo e le onde si succedevano alle onde, scagliandosi rabbiosamente contro i margini del banco, come fossero impazienti di demolirlo e d’inghiottire i disgraziati marinai della Shannon.

Mastro Tyndhall ascoltava sempre sperando di udire, fra quei mille fragori, o i latrati di Fox o la voce di Grinnell. Usciva di frequente dalla scialuppa e si spingeva verso l’orlo del banco, per vedere se sui vicini ghiacci distingueva qualche forma umana o quella del cane, ma il nebbione, che il vento sconvolgeva, ora diradando ed ora accumulando, ben presto tornava a piombare e nascondeva ogni cosa.

Intanto il ghiaccione continuava la sua corsa sempre