Pagina:Salgari - Nel paese dei ghiacci.djvu/254

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222 i cacciatori di foche della baia di baffin


Persino mastro Tyndhall, l’ardito navigatore di quei mari perduti sui confini del mondo abitato, già da lunghi anni abituato a percorrere quelle regioni dei ghiacci e delle nevi, si sentiva indosso un vivo malessere nel guardare quelle lande sconfinate che si estendevano al di là del circolo artico, sulle quali fra breve dovevano accumularsi altre nevi, altri ghiacci ed altre nebbie e poi doveva scendere quella lunga e tenebrosa notte polare, lo spauracchio di tutti i naviganti.

La via era aspra, ma nessuno si arrestava, nè nessuno esitava. Scalavano animosamente i cumuli di neve, i ghiaccioni vomitati sin là dai ghiacciai delle vallate celate entro i profondi fiords, si calavano nei crepacci aperti fra le rupi, s’arrampicavano sulle coste e dove trovavano una superficie liscia, si mettevano a scivolare per guadagnare pochi passi di più. La paura di venire sorpresi dai tremendi uragani del polo senza un rifugio, e di dover lottare colla fame in mezzo a quei freddi, li spronava ad avanzare ed a superare tutti gli ostacoli.

Ormai sapevano che se non giungevano al deposito dei balenieri prima delle grandi nevicate, non sarebbero sfuggiti alla morte.

Quella marcia penosa si prolungò fino alle sei di sera e l’avrebbero continuata, se Grinnell non avesse dichiarato di non poter più reggersi in piedi.

Rizzarono la tenda contro un masso di ghiaccio che incrostava una grande rupe e vi si cacciarono sotto per prepararsi la magra cena consistente in un po’ di pemmican e negli ultimi biscotti. La mancanza di un po’ di liquido caldo, dopo quella marcia fatta con un freddo di -10° riusciva penosa, quantunque quegli uomini fossero abituati alle privazioni da lunga pezza, ma non possedevano la più piccola lampada per prepararsi un