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capitolo viii – i naufraghi della «tornea» prigioniera 63


Dieci uomini li circondavano, pallidi, cogli occhi infossati, le guance ed il naso gonfi pel freddo, le labbra screpolate e sanguinanti pei gelidi soffi del vento polare, sparuti e colle vesti lacere.

– Chi siete voi? – chiese Tompson, gettando su quei disgraziati uno sguardo compassionevole.

– Noi siamo i superstiti della Tornea – dissero sei di costoro, facendosi innanzi.

– E noi naufraghi del Gotheborg – risposero gli altri quattro.

– Ed io sono il capitano Tompson qui mandato a salvarvi – rispose il baleniere.

– Capitano – disse il più vecchio dei marinai. – Noi vi ringraziamo di essere venuto in nostro soccorso e di esservi spinto fino su queste isole in una stagione, in cui tutte le navi fuggono verso il sud.

– Sì, signore, tutti vi ringraziamo – ripeterono gli altri.

– È il signor Foyn che mi ha mandato – disse Tompson.

– Un vero marinaio di cuore – dissero i naufraghi.

– Ma... siete voi soli? – chiese Tompson. – Non vi eravate salvati in trenta?

– Sì, capitano – rispose il vecchio marinaio.

– Dove sono adunque gli altri?

– Nell’Eis-fiord.

– Tutti vivi?

– Tutti, ma sono alle prese colla fame. Quando noi li lasciammo, sei giorni or sono, per metterci in osservazione su quest’isolotto, essendo certi che il signor Foyn non avrebbe mancato di mandare qualche nave in nostro soccorso, non possedevamo che pochi chilogrammi di biscotti e mezza foca, che era stata uccisa il giorno innanzi dal capitano Jansey.