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308 sul mare delle perle


— Se l’assedio dovesse prolungarsi, ci troveremo presto a mal partito, — disse il francese. — E la bufera non cessa ancora!

— È questo ventaccio che mi dà pensiero, — disse Amali. — Se il mare non si calma, i pescatori di perle non lascieranno i loro rifugi.

— Faremo tacere intanto il ventre e ci armeremo di pazienza, — concluse il francese.

I pescatori si erano messi al lavoro con grande energia, per riparare i guasti prodotti dalla mina, i quali erano stati gravi, avendo l’esplosione abbattuto venti e più metri di palizzata.

Mentre alcuni facevano tuonare le spingarde, rispondendo ai colpi di fucile degli assedianti, gli altri avevano ritirato i fasci di legna, poi scavato un secondo fossato per rialzare i pali abbattuti.

Al mattino il fortino aveva ripreso l’aspetto primiero e si trovava in condizioni da respingere un attacco.

I cingalesi, da parte loro, non avevano perduto inutilmente il tempo. Avevano scavato numerosi fossati ed alzato delle trincee tutto intorno al forte, risoluti, a quanto pareva, a stringere d’assedio i pescatori, ed impedire loro di fare delle sortite per approvvigionarsi o per tornarsene alla costa.

Erano per lo meno un migliaio, parte armati di fucili indiani e parte di armi bianche, numero troppo enorme per decidere i pescatori a tentare d’aprirsi il passo.

— Va male — disse Jean Baret, che sorvegliava gli artiglieri delle spingarde. — Avremmo fatto meglio a restarcene al borgo. Ma giacchè ora