Pagina:Sarpi - Lettere, vol.1, Barbèra, 1863.djvu/15

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fra paolo sarpi. vii

del Sarpi, rilevata spesse volte nelle Lettere, dalla vivezza de’ proverbi, o di sentenze aforistiche, si abbia a studiare quasi quanto l’energia del Machiavello dagli amatori delle buone lettere italiane, che spigoleranno anche ne’ volumi di Bruno, di Campanella e di Vico, se, come è fatta la patria una, così vorranno fare una e certa e determinata la lingua ed acconcia ad ogni subietto. Gl’Italiani insino a qui non hanno avuto una lingua una (e intendiamo di dire le cui parole corressero per tutto, e avessero per tutti gli stessi significati), perchè non aveano una patria; e quindi veniva la preminenza de’ Toscani, perchè più liberi e civili, e più abbondevoli di scrittori. Scrittore superiore al Sarpi nel pregio dello stile matematico, abbiamo il Galileo, e dalle opere sue si potrebbero ricavarne i più eccellenti esempli. Che se Galileo avesse potuto scrivere di logica e di metodo, come avea in animo, noi avremmo avuto il nostro Bacone e il nostro Cartesio a que’ giorni. Ma la mercè de’ frati e de’ filosofi in libris non potè. Anche il Sarpi lungamente meditò su le morali e su le filosofiche discipline, e per fermo metodicamente filosofava un intelletto sì chiaro, e nelle più profonde latebre dell’anima una coscienza sì cristiana sapea penetrare; ma l’Italia, fatta dalle sue sventure incuriosa ed inerte, non ha saputo cavarne profitto. A dir meglio, non ha potuto. Dopo la scuola politica di Machiavello e di Guicciardini, notomisti e fisiologisti delle città e degli umori che vi fermentano, e delle passioni e delle nature de’ cit-