Pagina:Satire (Giovenale).djvu/102

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cii prefazione

I confronti, dice bene la comune sentenza, sono sempre odiosi: e in cose di lettere finiscono sempre, osserva con fino discernimento il Dussaulx, con farci anteporre quell’autore, che abbiamo più studiato, e ci costa più fatica. Io dunque per non meritare questo rimprovero mi asterrò da qualunque confronto, inviando, chi volesse anco su questo punto scuriosarsi, a ciò che ne hanno scritto fra i nostri il Cesarotti nella prefazione al suo volgarizzamento di alcune Satire di Giovenale, e il Monti in un bell’articolo premesso alle note della Satira quinta di Persio, da lui voltata in italiano. Il Monti meglio che il Cesarotti mi pare che abbia posta nei veri termini e sciolta la questione con quella larghezza d’idee e chiarezza di discorso, che furono sempre la vera specialità della sua mente lucidissima: però mi piace di riportarne qui la conclusione. «In opere di soggetto morale, egli dice, due doveri io distinguo nello scrittore: l’istruzione e il diletto; i bisogni del cuore e quei dello spirito. Se contemplo questi tre ingegni puramente come satirici, la lite di preminenza può agitarsi tra Giovenale e Orazio. Il mio Persio è troppo modesto per non entrare in competenza: ma ricordiamoci ch’egli scriveva colla prima lanugine sulla barba, e i suoi rivali colla canizie. Se movessi disputa dell’artificio poetico e dello stile, sarebbe delirio di contendere con Orazio. Ma lo stile di Persio, derivato perennemente dall’oraziano, è più