Pagina:Satire (Giovenale).djvu/121

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di giovenale 9

Ecco per mezzo dell’araldo invita
A farsi avanti quei di puro sangue
Trojano: perchè sono innanzi all’uscio
Pur essi ad ustolare insiem con noi.
«Prima servi il Pretor, quindi il Tribuno».
― «Ma è primo il libertino». ― «Io sì, son primo»,
Ei ribadisce: «e perchè peritarmi,
Se difendo il mio posto? È ver, son nato
Presso l’Eufrate; e se negarlo ardissi,
Dai larghi occhielli delle moscie orecchie
Sbugiardato sarei: ma quattrocento
Mila sesterzi le cinque botteghe
Mi danno di guadagno.1 E che di meglio
La porpora può dar, mentre un Corvino2
Veggo la greggia altrui guidare ai pascoli
In quel di Laurento? Io di Pallante,
Io di Licinio son più ricco».3 ― Dunque
Abbian pazienza e aspettino i Tribuni.
Sì, l’abbian vinta le ricchezze; e il passo
Non ceda ai magistrati uno che dianzi
Capitò in Roma con i pie marcati:4

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  1. [p. 130 modifica]Le cinque botteghe, quinque tabernae: chiamavasi così un luogo nel Foro dove si riunivano gli usurai, i banchieri ed altra gente di simil genere; ed era, come dire, la borsa di Roma. Intendasi dunque che quest’uomo faceva, come dicono oggi, il giuocatore di borsa, e guadagnava 400,000 sesterzi all’anno, che era quanto ci voleva per esser cavalieri.
  2. [p. 130 modifica]Un discendente di M. Valerio Corvino che fu console l’anno 466.
  3. [p. 130 modifica]Pallante fu liberto di Claudio, ed ebbe gran parte negl’intrighi di quel regno. Con male arti aveva ammassato ingenti ricchezze. Licinio, liberto d’Augusto, mandato al governo della Gallia avea fatto sacco, spogliando quella provincia.
  4. [p. 130 modifica]Agli schiavi, che erano esposti alla vendita, si scriveva con creta o gesso sui piedi la loro patria e il nome del padrone che li vendeva.